Una sera l’occhio feroce del Titano si accese della sua luce più sinistra. Sanguigna, all’improvviso, essa guizzò nella penombra del crepuscolo e Glauce rabbrividì, tremò di orrore e prese a correre verso l’ultimo bagliore del giorno per sottrarsi alle sue unghie nere. Al tramonto seguì il buio, ma lei non si fermò; corse, corse nella sera e nel buio della notte. Corse inseguita dall’ansimare ferino di Ceo, cieco di desiderio, corse fino a non avere più respiro, senza osare girare gli occhi, invocando in cuor suo Acalio perché la proteggesse nella carezza della sue ampie braccia. Corse con la bella chioma oltraggiata dal vento mentre il pianto le tagliava il volto e lampi rossi di sangue le offuscavano lo sguardo. Non aveva più vigore nei nervi, non aveva il suo Acalio nelle pupille e tutto le sembrò inanimato tanto che la vita stessa le parve di colpo vuota di senso. Poi le forze le mancarono. Scorse gli occhi neri della morte fissi nei suoi e il cuore le si impietrì nel petto.
Toccata dalla pena di tanto soffrire, Eos dalle rosee dita, decise di anticipare il risveglio del Sole e corse a destarlo. Vestito ancora della luce di latte del mattino, egli non pose domande, montò in tutta fretta sulla quadriga dai raggi di fuoco e incitò imperioso i cavalli alati alla corsa sempre maestosa nell’etere. Man mano cresceva il suo splendore al suo ascendere e, via via, il suo bagliore trionfale scacciava nubi opache e macchie fosche di notte. E con la notte scemava pure l’ombra cupa di Ceo che, non resistendo, alla fine corse a nascondersi nell’oscurità del Tartaro cui era avvezzo.
Glauce riaprì finalmente gli occhi per trovarsi davanti soccorritrici e possenti le braccia di Acalio. Il petto le si sollevava ancora affannato, ma le si scioglievano finalmente i tratti del volto in un sorriso. Acalio raccolse sulle sue il respiro delle labbra di Glauce e la rasserenò nella sua stretta. Le sfiorò le guance pallide con bocca tremante, le accarezzò i capelli lievemente, quasi fossero fili di vetro e glieli strinse nel nodo di una treccia. Poi, insieme, piegarono la fronte al suolo e ringraziarono gli dèi del mare custodi del loro amore. Insieme pregarono in silenzio, Poseidone lui, perché proteggesse il tenero cuore dell’amata; Anfitrite, lei, perché sempre accanto le fosse l’amato ad accoglierla nel suo abbraccio.
E Poseidone e Anfitrite ascoltarono le loro preghiere. All’improvviso infatti si offuscò l’aria, il mare divenne nero come fuliggine, tuoni rabbiosi e fulmini echeggiarono nel cielo e lo incendiarono. Le acque del mare, tenebrose all’improvviso, inondarono il seno di Gea. Imperioso l’Oceano immenso si aprì e un rumore sordo montò dalle profondità degli abissi. Sulla biga trainata da cavalli scuri, Poseidone apparve raggiante in una trina di bianca schiuma frantumata dai sibili del vento. Poi, la luce per poco annebbiata dal rombare dei tuoni, ritornò improvvisa a colorare il cielo di tinte calde e rassicuranti. Il mare, riassunte le sue trasparenze, prese a ondeggiare al ritmo del canto delle Nereidi in groppa a cavalloni nervosi tenuti per le criniere irrequiete. Distanti risuonavano le note delle buccine dei Tritoni dagli occhi fiammanti. Infine, nell’ampio corteo di sirene dalle lucide squame, avanzò Anfitrite stessa, signora delle immensità, superba di verde e di azzurro.
Tacque la natura, quando Poseidone sollevò il possente tridente dalle punte di argento. Tacquero i grilli ostinati e il grido delle rondini sulla terra. Tacque il clamore sordo delle sterne e delle procellarie e l’aria stessa sembrò trattenere il respiro. Ed ecco, Glauce appena sfiorata dal dito di Poseidone e dal sorriso di Anfitrite fu trasformata nella più splendida delle Oceanine: Calliroe dall’onda sonora. Acalio invece fu mutato nella rena sottilissima della riva e da allora fu Eione. E su quella rena, l’onda gentile di Calliroe, lieve come labbra premurose, si scioglie in un bacio lento e senza tempo.
Ceo, dal canto suo, fu mutato in uno scoglio dalle forme ottuse con il grigio volto senza profilo condannato a soffrire in un silenzio di pietra e a fissare per l’eternità, con occhi cavi e livido di rabbia, l’allegoria dell’amore che l’onda canta frangendosi sulla riva del mare.