Ma l’odio per Elio la soverchiò e divenne seme di vendetta nell’istante stesso in cui chiuse gli occhi rimettendosi alla decisione degli dèi. Strinse le labbra e non mostrò dolore.
Non avrebbe più stretto al seno il morbido volto di Leiche, la creatura festosa nata dal suo amore con Poseidone. Non avrebbe più goduto della tenerezza di quegli occhi come scrigni di favole, dolci come il sogno più dolce. Leiche era invero il volto fiorito di Gea stessa. L’amavano le Napee delle vallate fiorite, le Meliadi dei frassini nervosi, le Nereidi verdi del mare di Fenicia, le Naiadi ornate dei merletti di spuma delle fonti, le Oreadi dei monti assolati, le Driadi dei boschi ombrosi, l’amavano per quel suo volto grazioso come un fiore e delicato come miele di arnie iblee. E miele e latte e ghirlande di fiori e cinnamomo le offrivano in dono quando lei, specchiandosi nelle acque dei ruscelli, si lisciava i capelli con un pettine di legno profumato del Citoro. Danzavano per lei le Muse dell’Elicona e per lei i rapsodi intonavano elegie. Museo declamava tenere liriche in suo onore, Orfeo per lei traeva dalla cetra d’avorio morbide note che commuovevano i sassi e gli alberi. I fiumi si fermavano ad ascoltare, gli uccelli s’incantavano in volo e Aracne interrompeva il ricamo della sua eterna tela. L’amavano insomma la vita e la natura per quel suo volto che ispirava sogni.
E nel mondo dei sogni Leiche invitava Lito, il segreto amante, ad entrare con passo di bambino per amarla con dolcezza di canto e levità di poesia. Lito era la carezza ricambiata di Leiche. Il loro amore era il nesso tra due misteri, era come la voce sonante di Eco perché come un’eco rifletteva i corrisposti desideri e i reciproci sogni. Per lei Lito avrebbe vestito il cielo di nuvole colorate. Per lei avrebbe ornato l’aria di fiori perenni e di profumi mai percepiti. Per lei avrebbe cantato idilli d’amore e ditirambi di gioia e danzato per la felicità di cogliere sulle sue labbra sorrisi sereni.
Per lui esultava Leiche e l’amore scuoteva il suo cuore di fremiti impetuosi come il vento aspro del Pelio che scrolla le querce. Poi chinava il mento a schivare sguardi mentre le rideva il volto acceso della rossa porpora della passione.
Insomma, dell’amore di Leiche e Lito il Cielo e la Terra e l’Aria stessa cantavano in rima.
E poi venne l’ora dell’amarezza. Quando Lito fu informato dal gemito di Gea del sacrificio di Leiche, le parole gli si raggelarono sulla bocca e il suo corpo s’agghiacciò come un sasso indurito. Il suo dolore fu più dolore perché muto. Solo nell’istante estremo in cui il cuore gli si spense in petto ebbe la percezione fisica di uno squarcio che lo trasformava. Sentì le sue membra irrigidirsi, i piedi radicarsi nella terra, le gambe fondersi con il suolo e rapprendersi in roccia congelata. Poi gli annegarono gli occhi nel pianto mentre gli si coagulavano in pietra le membra, le braccia, il volto.
Da quell’istante Lito fu una muta pietra inutilmente scossa da Anemos, il Vento amico, che venne a confortarlo. Divenne immobile roccia, viva solo nelle acque amare sgorganti dalle pieghe della sua dura crosta come un pianto infinito che scendeva ai suoi piedi. In esso era vanamente scritto il poema silenzioso del suo amore per Leiche.
Impietoso Elio attese il giorno del sacrificio e solo quando Leiche fu immolata su un rogo di odorosi pini, sfumò la sua ira. Massima era invece quella di Gea. Chiuse gli occhi ancora una volta quando Elio la strinse a sé con braccia di fuoco. E non sciolse il nodo di quell’abbraccio se non quando, piegato da Eros, cadde riverso e lo ricoprì di tenebra la Notte.
A lei infatti furtiva s’era rivolta Gea per la sua vendetta, perché l’aiutasse a colpire l’altezzoso signore della luce nel sonno e vendicasse la morte di Leiche e l’oltraggio da lei subito. E la Notte, nemica della luce, annuì silenziosa. Pose ai piedi di Gea la falce sottile di Selene, la Luna, al suo primo apparire, argentea, affilata nella fucina di Efesto e tagliente come vetro di vulcano.
Uno sguardo bastò e in quello sguardo fiammeggiò tutto l’odio di Gea. Ghermì la falce e cautamente s’accostò al vasto giaciglio color delle biade nel quale giaceva Elio. Le bastò un colpo solo. Un urlo atroce seguì, selvaggio, l’urlo di Elio evirato che coprì la volta celeste per millenni, dai confini dell’etere fino all’Isola dei Beati. Il suo icore, il sangue divino, macchiò le coltri di seta aurea, il volto della Terra, le sue mani, il suo corpo e scorse ai suoi piedi inesauribile.
E quell’icore, percorrendo il corpo di Gea, si riversò pure sulla roccia umida solo del pianto mesto di Lito vestendola tutta di un manto di licheni. Leiche riprese così a vivere, involucro del suo amato e sua perenne carezza verde nutrita dalle lacrime di lui, di gioia ora, in un abbraccio senza tempo.